domenica 8 settembre 2013

Ritorno sul pianeta terra - fine della 70ma mostra del cinema di Venezia

Sono sul treno di ritorno, direzione Roma, ed è bello fermarsi a pensare a quanto visto e vissuto negli ultimi giorni, alla 70ma edizione della Mostra del cinema di Venezia, un modo di affrontare il ritorno alla ferialità, o, potrei dire, il viaggio verso il pianeta terra, visto che la mostra si è aperta con il film Gravity (non il genere di film che preferisco, ma sicuramente  visto con piacere!).  Quest’anno non ho scritto, se non sporadicamente, sui film visti, perché è stato davvero complicato gestire i tempi, e forse ha giocato anche la stanchezza con cui sono arrivata alla Mostra, che rappresenta, come ormai abitualmente da quattro anni, il periodo delle mie ferie estive. Per nulla riposanti secondo i criteri comuni, ma sicuramente ricche di ciò che più mi piace. Bellissima, come lo era stata quella di Cannes, l’esperienza della giuria dell’Europa Cinemas Label. Vedere i film delle Giornate degli autori, e confrontarsi su di essi con Wilko, Vlado e Yannick è stato davvero un viaggio alla scoperta dei mondi cinematografici. Non solo per la diversità dei titoli e della loro provenienza, ma anche per la diversità della ricezione di uno stesso film da parte di noi giurati, ognuno con il proprio gusto, ovviamente, con il proprio bagaglio di visioni, e con i codici di decodificazione con cui ciascuno le affronta. Ma dopo varie sessioni davanti ad un cappuccino e la riunione finale di un’ora e mezzo con in mano un bicchiere di prosecco, il verdetto è andato a favore di La belle vie, un film francese, opera prima di Jean Denizot, che parte da un caso di cronaca  e ci racconta del passaggio all’età adulta di un ragazzo con una famiglia un po’ particolare: un padre che l’ha rapito all’età di 5 anni e lo ha cresciuto nelle campagne francesi, “senza servi né padroni.”  Un film poetico, con un bel finale, anche con qualche difetto (ma è un’opera prima),che soprattutto risponde al criterio del premio che abbiamo assegnato: quello di promuovere un film europeo che possa arrivare ad avere distribuzione, che possa arrivare in sala, al pubblico, combinando la validità artistica con la sua accessibilità. E un film che sicuramente Farnese CinemaLab potrebbe proporre ai ragazzi delle scuole: attendiamo di vedere se vi sarà la distribuzione italiana. Ma c’è stata anche una menzione speciale che abbiamo voluto assegnare, al film bulgaro Alienation, di Mirko Lazarov, tra l’altro il primo film in assoluto che abbia visto alla mostra, sicuramente uno dei film più originali, dal punto di vista narrativo, con l’assenza totale di musica, e un meccanismo che definirei inverso a quello dell’ironia drammatica: lo spettatore non sa assolutamente nulla, anzi, è svantaggiato rispetto a ciò che accade, non ne coglie appieno i motivi, non viene edotto su quanto accade…ma si ritrova comunque a bordo di una vecchia peugeot a compiere un viaggio nell’alienazione delle vite dei protagonisti, a piccoli passi, con piccole scoperte, quasi sbriciando dalla porta che lo schermo apre su questa realtà. Un film che mi ha ricordato, per certe atmosfere, il film turco Muffa, e che soprattutto, con il suo titolo, va anche a riassumere un po’ il senso di quanto visto quest’anno. Perché come sempre, nei festival, mi sembra di scorgere un filo rosso, una chiave di lettura contenutistica, che ci restituisce anche uno sguardo sul momento presente, e il sottotitolo che darei quest’anno alla mostra, in merito a quanto visto, trasversalmente rispetto alle sezioni, è “la vita degradata”.  In ogni senso. Dal Child of God di James Franco (ottimo, sempre bravo in ogni sua manifestazione…clever boy!), Lester Ballard, che vive da esule nelle sue stesse terre, e che cerca conforto alla sua solitudine, al bisogno d’amore che è patrimonio genetico dell’umanità,  tra le braccia di una “troia gelata”  (sic…in quanto cadavere!), al Leone d’argento alla regia, il greco Miss Violence, che a me è piaciuto moltissimo, da un punto di vista di regia, ma che ovviamente ti pone davanti la mostruosità dell’uomo, il silenzio colpevole, la porta di casa chiusa con le mandate sull’atrocità che si può generare all’interno di una “famiglia”, cellula di una società… altrettanto mostruosa ? L’unica ventata di aria fresca (un film godibile, senza grandi pregi, ma che ai festival diventa balsamo per affrontare il resto) mi è arrivata da We are the best, di Moodysson, ma il film è ambientato nel 1982…e la domanda che mi pongo è se solo guardando al passato riusciamo a trovare ancora qualcosa per cui sorridere. Amara riflessione. Ma, come ha detto Friedkin, ricevendo il Leone d’oro, non bisogna avere paura dell’immaginazione, della finzione, pur spaventosa , che troviamo nei film (suoi e degli altri). Quello di cui dobbiamo avere paura veramente, purtroppo, è la realtà. E la solitudine che, nonostante la vita immersa nella società, pervade tanti protagonisti visti in questi giorni, quella delle persone che non hanno nessuno, se non John May, che vada al loro funerale (nel bel film Still Life di Pasolini, che ha vinto il premio per la regia nella sezione Orizzonti), quella del protagonista di Locke, che pur rimanendo sempre in comunicazione attraverso il telefonino con il mondo esterno, è comunque solo, nella sua auto, ad affrontare una notte che cambia la sua vita,  la solitudine delle roccaforti delle proprie convinzioni e posizioni in cui si rifugiano le protagoniste di  Via Castellana Bandiera (da non perdere), la varietà umana che ruota attorno al Sacro G.R.A, tra mantelli di San Casimiro e dotte disquisizioni sulle anguille, un mondo a cui gettiamo solo uno sguardo, spettatori, affacciati dal raccordo, appunto, come in finestra, ma senza vedere mai qual è il “panorama” che hanno davanti . E poi le meravigliose immagini di Stray Dogs, una umanità che vive con e come cani randagi ( ma forse più libera, come affermato dal regista Tsai Ming-Liang, in conferenza stampa, perché la censura e la mancanza di libertà vengono generate dai soldi, più che dalla politica). Un cinema “oltre”, quello di Tsai Ming Liang, che getta uno sguardo su un altrove che a lungo non vediamo, come nella bellissima parte finale del film, e che ci costringe ad un esercizio di attesa, di pazienza, di ricerca, a cui il nostro mondo veloce e sempre in fuga ci ha disabituato. Ed ecco la fatica che molti provano di fronte a questa lentezza, che il regista ha eletto suo metodo per cercare una direzione nel disorientamento e nella confusione. Ma a chi saprà attendere, lasciandosi travolgere , come un fiume in piena, dalle lacrime che affiorano lente da questo sguardo, la possibilità di visioni…al di là del muro, al di là del film, al di là del festival. Per pochi. Purtroppo.                                      
Ma se il denominatore comune di questi giorni è stato il cinema, c’è un aspetto della Mostra che fin dal primo anno ha reso speciale l’essere presente: la possibilità di incontro con le persone. Le reazioni in sala dopo i film, chi urla “sionista”, chi fischia, chi litiga con il vicino per un parere contrastante sul film appena visto, e le liti durante le file per chi passa davanti, per chi pensa che ci si debba separare se si è in due e chi no. Vecchie e nuove conoscenze,  le amicizie virtuali che diventano occhi da guardare direttamente e mani da stringere, nuovi incontri, anche on air attraverso le interviste radiofoniche e televisive che quest’anno sono state numerose,il diventare una sorta di Virgilio della mostra per quegli amici che, causa figli piccoli e scalpitanti in casa, si affidano a me per andare al cinema da soli quella volta all’anno, alla mostra appunto, le belle chiacchiere con gli sconosciuti ad uno stesso tavolo, durante una cena “ufficiale”, o quelle con le addette della Video Library, e le telefonate inseguendosi tra gli orari delle proiezioni e le riunioni, gli amici da Roma che sollecitano i tuoi riscontri dei film, il sentirsi chiamare, in Sala Grande, da una professoressa del progetto scuole di Roma, che è lì con il marito a godersi Tsai Ming Liang, la paziente ospitalità di mia cugina e suo marito, e che rassegnati, mi vedono arrivare il primo giorno e rivedono il mio volto solo al sabato finale, 10 giorni dopo.  Insomma, nella realtà, l’incontro con quella umanità di cui tutti i protagonisti visti sullo schermo sembrano essere alla ricerca.  Buon viaggio…fino al prossimo festival!

                              

sabato 20 aprile 2013

Omaggio a Corso Salani - domenica 21 Aprile 2013 - 1030 - Cinema Farnese Persol

La buona abitudine della domenica mattina al Farnese prosegue con un omaggio a Corso Salani. Imperdibile! Vi aspettiamo, numerosi come sempre.

sabato 9 marzo 2013

Arrugas - proiezione di domenica 10 marzo 2013

Il blocco delle auto non ferma le proiezioni domenicali di Farnese CinemaLab. Questa domenica, in qualunque modo abbiano deciso di arrivare, a piedi, in bici, o con il monopattino, i professori avranno il piacere di gustare le meraviglie di un gioiello di film. Sto parlando di Arrugas, un film spagnolo di animazione di Ignacio Ferreras, basato su una graphic novel di Paco Roca. Un film di una poesia struggente, che ci porterà, in questa mattinata, a contemplare una nuvola dall'interno, con tutto l'amore che una simile visione vorrà raccontarci. Lasciatevi avvolgere!

domenica 24 febbraio 2013

Noi siamo infinito - Proiezione del 24 febbraio


Questa mattina, mentre Roma si preparava al turno elettorale e all'ultimo Angelus di Benedetto XVI, lo zoccolo duro di Farnese CinemaLab si riuniva al Cinema Farnese per la consueta matinèe domenicale. Questa volta per lasciarsi coinvolgere da Noi siamo infinito, il film opera prima di Steven Chbosky,autore anche del libro The Perks of bening a wallflower, da cui il film è tratto. Una storia d'amore, una storia di formazione, ma anche qualcosa di più. Un film imperdibile per tutti coloro che sanno cos'era una musicassetta e che erano giovani negli anni '90, ma anche un film che può raccontare trasversalmente, agli spettatori di qualunque età, come si declina l'amore, nel bene e nel male, durante l'adolescenza. Un film da gustare con il sorriso sulle labbra e qualche lacrima ristoratrice, cantando a squarciagola: We can be Heroes!


mercoledì 20 febbraio 2013

Matinèe di Lincoln con gli studenti della media Virgilio

Questa mattina una meravigliosa festa di cinema, con la proiezione del film Lincoln al Cinema Farnese. Spettatori doc gli studenti della scuola media Virgilio, che, dopo aver attentamente assistito alla proiezione del film (ricordo che dura 2 ore e 30 minuti), hanno animato la discussione successiva con una selva di mani alzate foriere di belle e interessanti domande e annotazioni. I guanti neri dell'ultima scena, la riflessione sul fine che giustifica i mezzi, la domanda sulla scelta di non mostrare l'uccisione di Lincoln, quella sullo schiavismo e i diritti umani, gli esempi delle schiavitù moderne e tanto altro. 45 minuti di gioia per la sottoscritta che si è volontariamente sottoposta a questa esaltante mitragliata di domande. Perchè le mani alzate, le teste pensanti, le domande, i dubbi, i ragazzi, e il cinema, sono un paniere di doni che arricchisce e illumina una bella mattinata! Adesso attendo i commenti dei ragazzi sulla pagina di Farnese CinemaLab!

sabato 16 febbraio 2013

Proiezione per docenti - Lincoln - 17 Febbraio 2013

La domenica mattina ha il cinema in bocca!! E allora, con i nomi dei vincitori del festival di Sanremo ormai in tasca, non c'è di meglio che radunarsi davanti all'entrata del Cinema Farnese per  la consueta proiezione domenicale dedicata ai docenti. E questa volta, un regista, Spielberg, un attore protagonista, Daniel Day Lewis, e un personaggio storico, Lincoln, che non hanno bisogno di alcun tipo di presentazione!! Vi aspettiamo, numerosi come sempre, alle ore 10!!

sabato 12 gennaio 2013

"In darkness" - Anteprima per docenti - 13 Gennaio 2013

Anno nuovo, ma sane e vecchie abitudini. Come quella di organizzare delle proiezioni domenicali per docenti. Farnese CinemaLab riparte domani mattina con la proiezione del film "In darkness" di Agniezska Holland, distribuito in Italia dalla Good Films. Il film sarà nelle sale a partire dal 24 Gennaio, e pertanto siamo lieti di poterlo offrire in anteprima ai nostri affezionati docenti come titolo per le proiezioni in occasione della Giornata della memoria.

sabato 15 dicembre 2012

Vita di Pi - anteprima per i docenti - domenica 16 dicembre 2012

Nuova domenica, nuova proposta di Farnese CinemaLab. Questa volta il film che proponiamo ai docenti è un'anteprima, e stiamo parlando di Vita di Pi, il nuovo film di Ang Lee.
Cosa aggiungere? Non resta che vederci domani mattina, ore 1030, davanti al Cinema Farnese, per una nuova mattinata di cinema!

domenica 2 dicembre 2012

Leonardo Di Costanzo al Cinema Farnese Persol

Ed eccoli qua i nostri meravigliosi docenti che in barba al freddo, alla pioggia, alla prima domenica di dicembre, allo shopping natalizio, al ballottaggio delle primarie del pd e a qualsiasi altra manifestazione vi fosse a Roma questa mattina, hanno affollato, ancor più numerosi del solito (nella foro non erano ancora arrivati tutti!) la sala del Cinema Farnese Persol, per la proiezione del film L'Intervallo. L'apprezzamento e l'interesse nel confronti del film è stato unanime, come hanno testimoniato le numerose e pregnanti domande con cui i docenti hanno "interrogato" il regista Leonardo Di Costanzo. La sua presenza è stata anche l'occasione, per il Sindacato Nazionale dei Giornalisti Cinematografici, di consegnarli il premio Pasinetti, conferito dal sindacato stesso durante l'ultima edizione della mostra del cinema  di Venezia.                                                                                                                                   
Il regista, davvero molto disponibile, si è sottoposto volentieri al fuoco di domande che gli sono state rivolte: il confronto tra il femmile e il maschile, l'assenza di una figura materna, la mancanza di speranza del finale, il frutto del laboratorio teatrale che ha preceduto le riprese, le diverse letture del film di cui ha avuto riscontro durante le proiezioni in giro per l'Italia. Ma la sua affermazione più bella è stata quella relativa al dialogo che un film, secondo il regista, deve stabilire con lo spettatore. È lo spettatore che deve in qualche modo terminare il film, dandogli quella luce, quel taglio interpretativo, quella pienezza che il retroterra, la cultura, tutto il  vissuto dello spettatore stesso vanno a creare infilandosi nelle trame delle sceneggiature, delle immagini, del film. E L'intervallo ha colpito al cuore e ha stabilito un diaologo di amorosi sensi con lo Spettatore presente in ciascuno di noi! Un ringrazimento speciale a Leonardo Di Costanzo per averlo ideato, girato e accompagnato in sala!

sabato 1 dicembre 2012

Farnese CinemaLab - L'intervallo - proiezione e incontro con il regista - domenica 2 Dicembre, ore 1030

Farnese CinemaLab inaugura alla grande il mese di Dicembre con la proiezione del più bel film italiano visto alla 69 Mostra del cinema di Venzia. Stiamo parlando de L'intervallo di Leonardo Di Costanzo. E ad accompagnare in sala il film sarà lo stesso regista, che ha gentilmente accettato il nostro invito.

Non ci sono dunque scuse che tengano: appuntamento imperdibile! Domenica 2 Dicembre, ore 1030, Cinema Farnese Persol.

sabato 20 ottobre 2012

Detachment - domenica 21 ottobre 2012 - proiezione per docenti Cinema Farnese Persol

Non c'è due senza tre! Eccoci al terzo appuntamento domenicale con le matinèe domenicali dedicate ai docenti. E continua il ciclo di film che hanno al centro la scuola, il rapporto tra docenti e allievi. Questa volta, in cattedra, Adrien Brody. Il film, Detachment. Vi aspettiamo!

lunedì 15 ottobre 2012

Fenomeni estremi? Solo quelli organizzati da Farnese CinemaLab

Gli unici fenomeni estremi (per fortuna!) a cui abbiamo assistito oggi sono stati quelli avvenuti all'interno del Cinema Farnese Persol. Nelle poltrone gli studenti dell'Istituto Colombo, sul palco-cattedra un professore particolare: il Bruto di Cesare deve morire, alias Salvatore Striano, per gli amici Sasà.  Un'ora di estremi...tà alzate per sottoporre ad una raffica di domande l'attore di fronte a loro. E all'incauta professoressa (vedi foto) che ha aperto la strada alle domande anche da parte dei docenti, dicendo: "Io sono un'insegnante", è toccata in risposta la prima, fulminante battuta di Sasà: "Certo che se era una studentessa stava 'nguaiata (si scriverà così?). Avevo le lacrime agli occhi di gioia: per la selva di mani alzate, per l'interesse dei ragazzi, per le loro domande, e poi per le risposte di Salvatore. Sincero fino al midollo, anche di fronte a domande che lo hanno portato a dover far venire fuori la parte più intima, dolorosa, profonda, di sè stesso. Uno scugnizzo, come lui si è definito, che ha incitato, da par suo, i ragazzi, a fare dei banchi di scuola, dell'istruzione, della cultura, gli scudi con cui difendersi nell'affrontare la vita. "Perchè è attraverso la letteratura che ho preso coscienza della mia sofferenza", ha risposto Salvatore all'insegnante che gli chiedeva se avesse imparato di più dalla letteratura o dalla sofferenza. E il dialogo si è snodato tra curiosità legate al film, all'esperienza di girare con due registi, di girare in un carcere, alla scelta del bianco e nero, al teatro, al testo di Shakespeare, a quelle legate al mondo del carcere, al tipo di vita che vi si svolge, a quello che significa esserne parte come recluso, alla situazione delle carceri italiane, fino ad arrivare alla domanda di una ragazza, la quale, spiazzando tutti, è andata diritta al cuore, e senza condimenti ha chiesto: "Ma tu, quando eri in carcere, hai mai pensato di suicidarti?". C'è stato chi, per spezzare la tensione, si è messo a ridere...un professore ha invece ribadito, purtroppo, la legittimità di una simile domanda, visto l'elevatissimo numero di suicidi nelle nostre carceri. Insomma, una matinèe bellissima, di quelle che danno un senso diverso alla giornata del lunedì, e portano a compimento uno degli obiettivi principali del progetto di Farnese CinemaLab: contribuire a formare lo spettatore adulto di domani, uno spettatore consapevole, che sappia scegliere e sia in grado di decifrare il linguaggio del cinema di qualità.
Il tutto si è concluso con un bagno di folla intorno a Salvatore, e una sorpresa finale una volta arrivati all'ingresso del cinema: Silvio Orlando! È scattata la foto di gruppo: nell'ordine, da sinistra, Salvatore Striano, la sottoscritta, e Silvio Orlando attorniato dalle sorridenti professoresse del Colombo!

sabato 13 ottobre 2012

Domenica ecologica? Tutti al cinema!

 
Quale miglior modo di celebrare la domenica  ecologica proclamata dal sindaco che raggiungere, a piedi, in bicicletta o con i mezzi pubblici il Cinema Farnese Persol, per assistere alla proiezione del film Monsieur Lazhar, proiezione domenicale dedicata, come sempre, ai docenti, ed organizzata da Farnese CinemaLab? Vi aspettiamo, dunque, domani mattina, alle ore 1030, per guardare ascoltare insieme la storia di una "crisalide/crisantemo".

domenica 7 ottobre 2012

Tutti in classe...al Farnese! In cattedra Giuseppe Piccioni.

Un meraviglioso stuolo di docenti ha riempito questa mattina la sala del Cinema Farnese Persol, per assistere alla proiezione del film Il rosso e il blu. Docenti in pensione, in ruolo, precari, provenienti da fuori Roma, docenti affezionati e altri che venivano per la prima volta, ormai una piccola comunità che trascorre insieme la domenica mattina al cinema. Per vedere le novità dei film, per capire quali  film proporre ai ragazzi, per ascoltare la sottoscritta che chiede a Giuseppe Piccioni, intervenuto questa mattina:"Ma lei, che tipo di studente è stato?", suscitando l'ilarità del collegio docenti riunito in sala! Una bella mattinata per aprire l'anno che ci porterà a scoprire film ben fatti (oppure no), a parlare e dialogare sugli spunti di riflessione suscitati da film, ma soprattutto a costruire quella familiarità con il cinema che diventa conoscenza, consapevolezza, approfondimento del linguaggio cinematografico e delle sua manifestazioni. Insomma, al cinema a scuola di cinema. Studenti d'eccezione: gli insegnanti delle scuole di Roma!
Un ringraziamento speciale al regista, Giuseppe Piccioni, che ha anticipato il suo rientro a Roma pur di non mancare all'appuntamento, mostrando una cortesia ed una disponibilità fuori dal comune. Ma questo è solo l'inizio, e visto l'entusiasmo della partecipazione, vi annunciamo già il secondo appuntamento, domenica prossima, 14 Ottobre, ore 1030, con Monsieur Lazhar. La scuola continua ad essere protagonista, sullo schermo e in sala, delle matinèe domenicali diFarnese CinemaLab.  Buona settimana e soprattutto buon cinema!              
                                               

sabato 6 ottobre 2012

Si ricomincia! Proiezione per docenti - 7 ottobre 2012, ore 1030

Si ricomincia! Con l'inizio della scuola si torna sui banchi, e con Farnese CinemaLab si torna in sala, nelle comode poltrone che non aspettano altro che di accogliere docenti e dirigenti scolastici  per le consuete proiezioni domenicali a loro riservate.

E quale miglior film che Il rosso e il blu, di Giuseppe Piccioni, ambientato in una scuola romana, per dare inizio all'anno scolastico-cinematografico? I docenti avranno modo di confrontarsi con i  colleghi impersonati da Margherita Buy, Riccardo Scmarcio e Roberto Herlitzka, e di esprimersi sulla loro capacità, unita a quella del regista, di raccontare la realtà della scuola.

Vi aspettiamo, numerosi come sempre, domenica 7 ottobre, ore 1030, al Cinema Farnese Persol.

domenica 9 settembre 2012

Estasi da Brillante

Giovedì  al Lido si cominciava già a respirare l’aria di fine mostra. Persone con le valigie, folla che scema, la consapevolezza che ci si avvia alla conclusione di un periodo, come quello di un festival del cinema, in cui si vive in una sorta di sospensione dalla realtà e dal tempo. La giornata è infatti scandita dagli orari delle proiezioni, ci si insegue telefonicamente con amici e colleghi per riuscire a prendere un caffè, si corre da una parte all’altra per non perdere quel film che sembra sia lì pronto a cambiarti la vita, e quando ci si incontra (e al Lido è impossibile non incontrarsi… ci si sbatte addosso, praticamente, ho visto quest’anno gente con cui ero in fila gli anni passati, anche se non li conosco direttamente!). Ho iniziato la giornata con il film fuori concorso di Robert Redford, The Company you  keep. 
Un film…tranquillo, nel senso che sai cosa aspettarti, classico film americano, in cui Redford non si smentisce, che si lascia guardare. Con dei dialoghi serratissimi che mi sono piaciuti molto, quello tra il personaggio interpretato da Susan Sarandon, imprigionata, e il giornalista incarnato da Shia Lebeuf, quelli tra il giornalista e lo stesso Redford, e altri ancora. La cosa più brutta di questo film è il fatto che Redford abbia scelto per se il ruolo del protagonista. Non perché non sia un bravo attore, ma la sua età non combaciava con quella del protagonista, ed è stato imbarazzante vederlo correre, con le gambette magre ed il ventre un po’ gonfio (lo so, sembro impietosa…ma ho provato davvero un po’ di tristezza in quelle scene), con il fisico di un uomo che non ha l’età che il personaggio del film vorrebbe far credere.  Bello invece vederlo in conferenza stampa, spiritoso e affascinante come sempre. Una giornalista tedesca: “ We know you have a wonderful german wife”. Redford:”How do you know she is wonderful?” Giornalista: “I saw her on films”. Redford:” Don’t trust what you see on films.”

Ma il bello della giornata è arrivato con il film successivo, Sinapupuna (Thy Womb) di Brillante Mendoza. Beh, questo era per me il film che doveva vincere il leone d’oro. Ne sono uscita estasiata. Perché la maestria del regista si sposa con il racconto del film, e i pregi della sua direzione non sono pura esibizione di bravura, fini a sé stessi, ma eccellenti strumenti di narrazione, che esaltano il racconto per immagini di una storia d’amore, di un amore profondo che si spinge oltre un limite che possiamo comprendere, anche perché comunque inserito in una cultura diversa dalla nostra. Che il film ci porta a scoprire, attraverso un viaggio alla ricerca di una sposa fertile , una seconda moglie, ma senza guardare questa cultura con quell’interesse antropologico che il regista non può avere, essendo la sua cultura di provenienza, ma facendoci davvero entrare nelle case, o meglio, nelle palafitte, cullati dal dondolio della camera a rendere il movimento dell’acqua circostante, protagonista anch’essa del film, aprendoci un varco nel cuore della protagonista, oppure tra le fila di una comunità riunita in preghiera (bellissima immagine, ripresi di spalle, nei loro coloratissimi abiti, su di una spiaggia…e mentre guardavo questa scena mi è venuto in mente un paragone surreale, e chi lo ha visto concorderà con l’aggettivo,  con la scena iniziale della spiaggia, anche lì, coloratissima, di Spring Breakers…confronto di costumi, e non da bagno!), nei semplici ed ordinari gesti della vita quotidiana, la pesca , il mercato, il macello di un animale, i matrimoni.  Spingendosi con la camera nelle profondità o in superficie, rimanendo sospesi sul pelo dell’acqua, a raccontare, attraverso l’impercettibile velo di lacrime della protagonista, l’amore sterile per il suo uomo che darà invece il suo frutto attraverso il gesto d’amore della rinuncia. Per permettere all’amore di compiere la sua parabola, e chiudere il film così come era iniziato: con la ripresa di un parto, di una nascita, della vita.
Consueto appuntamento pomeridiano in sala Darsena con quella che potremmo definire una tragi-commedia, una commedia grigia, se non proprio nera.  Il film è Keep smiling, di  Rusudan Chkonia, registra georgiana. La storia è quella di un concorso di bellezza per madri, e a partecipare è un gruppo eterogeneo di donne, ognuna con la sua più o meno accentuata disperazione. Buon ritmo, il film si segue piacevolmente nell’esplorazione delle piccole e grandi tragedie, delle meschinità, mettendo in ridicolo il mondo della televisione e le sue regole e l’assenza di dignità che chiede. Dignità che però le donne protagoniste non sono disposte a perdere. Fino alle estreme conseguenze. Buona opera prima.

A seguire il film russo Me too, di Alexej Balabanov. Un film, secondo me, troppo russo per poter essere apprezzato altrove…e sapete quale debole ho per la loro cinematografia! Qualche buona idea, qualche risata per  le situazioni grottesche e l’ironia sulla categoria dei registi, un viaggio alla ricerca della felicità, attraverso un campanile. Strampalato, surreale…non completamente riuscito.
Ancora tre film per il prossimo post...e poi saranno considerazioni finali! 

Ancora film dal pianeta Venezia (fuso orario 4 giorni!)

La mattina di mercoledì si è aperta con l’atteso film di Bellocchio, Bella addormentata. Atteso per il tema, lo spunto presente nel film circa la vicenda di Eluana Englaro e la questione sul fine vita, atteso perché un film di Bellocchio normalmente lo è… Un film riuscito, almeno nel complesso, che è mediamente piaciuto, pur con delle riserve, anche da parte mia. Perché se la storia, i personaggi, la recitazione, e varie componenti, sono ben congegnate quando ruotano attorno alla figura dell’onorevole Uliano Beffardi, ai suoi dialoghi con uno strepitoso Herlitzka nella parte dello psichiatra dei parlamentari, al suo rapporto con la figlia, e al suo interrogarsi sul voto da dare in parlamento, altrettanto bene non si può dire delle altre storie che si intrecciano, quella molto simbolica (ma senza esserlo fino in fondo, e quindi l’aggettivo giusto sarebbe più irrealistica che simbolica…) con Maya Sansa e Piergiorgio Bellocchio, e quella che vede protagonisti la Huppert, Gianmarco Tognazzi e Brenno Placido.  E durante quell’episodio , messo al centro, temporalmente, della narrazione, il film si siede. Così come, una Maya Sansa bellissima, con una scollatura che mette in mostra le sue bellezze, appare sin dalla prima scena e mi disturba dal quel momento, per quella voluta e cercata ostentazione della sua bellezza, reiterata nella scena finale in cui, nel tentativo di salvarla dal gettarsi dalla finestra, si mette in mostra il pezzo di sotto del bikini di cui in precedenza si era mostrata la parte superiore.   Vero che è lei a rappresentare una bella addormentata, almeno nella parte simbolica del film, ma a me questa scelta non è piaciuta. 
Ma il film ha riscosso comunque, in generale, un gradimento, e Bellocchio, forse per questo, era particolarmente contento , spiritoso e disinvolto in conferenza stampa. Ad un giornalista che gli ha chiesto se il suo fosse un film politico ha risposto: “Mi viene in mente quel film di Moretti in cui si dice: ma la lotta di classe, dov’è la lotta di classe?

Subito dopo è stata la volta di O GEBO E A SO OMBRA, il film di Manuel de Oliveira. Un film stellare, nel cast, se vi nomino Micheal Londsdale, Claudia Cardinale, Jeanne Moreau, per citarne alcuni. Un film basato su di una piece teatrale e che tale impianto teatrale si porta dietro. Un film di parola, quasi completamente girato in un’unica stanza, anzi, oserei dire, in un’unica parte della stanza, visto che la camera è pressochè fissa ad inquadrare Micheal Londsdale che scrive, lavora, facendo i conti, e chi si siede accanto a lui, la moglie, la nuora, un amico.  E qui, in questo film così lontano dagli altri del festival , si tocca un tema già presente in un film diversissimo, come Pietà di Kim Ki-duk, cioè quello del denaro, intorno a cui ruota la vicenda familiare rappresentata. Perché è il denaro che manca a questa famiglia, che vive in ristrettezza, è il denaro che il padre conta e annota, facendo il contabile, è il denaro che il figlio sciagurato, prima assente e poi figliol prodigo senza pentimento, ruba gettando la sua famiglia nello sconforto e soprattutto il padre in galera, visto che si assume la responsabilità del furto. E alle parole di conforto che cercano di rivolgersi, questo padre, agnello sacrificale, risponde: “Quando si toccano i soldi, non si perdona mai.”. Bello ma faticoso nel vedersi per il suo impianto narrativo.
Pausa da visioni per assistere alla conferenza stampa di Spring Breakers e Bella addormentata e poi nel pomeriggio è stata la volta del consueto appuntamento con il film delle 17 in Sala Darsena, per le Giornate degli autori. Sto parlando di Heritage di Hiam Abbas, una regista palestinese, famosa soprattutto come attrice (la ricorderete nell’Ospite inatteso, protagonista de Il giardino dei limoni e tanti altri film).  Il film, Heritage, racconta la storia di una famiglia palestinese che sembra aver raggiunto un punto di rottura. Ogni componente della famiglia ha il suo dramma, chi sta fallendo economicamente, chi nel suo matrimonio, il padre che va in coma, la figlia che cerca di vivere il suo amore per uno straniero, ribellandosi ai dettami della sua cultura e delle tradizioni…ed è questo certamente l’episodio centrale, che indaga, in questo come in tanti altri film di questa mostra, la condizione della donna raccontata da una regista donna, anche se la stessa Hiam Abbas, nell’incontro a fine film, ha preso le distanze dal concetto di solidarietà femminile con cui si voleva etichettare il film, perché a lei interessa l’essere umano, e vanno tralasciate le distinzioni tra i sessi, le divisioni, e tutti i personaggi, uomini o donne che siano, hanno in sé il bene e il male, non solo di quella società ma del genere umano.  Discreto.

Subito dopo è stata la volta di un film che invece mi ha molto colpito, tanto  che l’ho seguito con un groppo allo stomaco (o forse era la fame, direte voi?). Sto parlando de La Cinquieme Saison, un film potente, evocativo, che mi è piaciuto molto, ma che sicuramente non è per tutti (lo dico a tutela di amici che, bontà loro, seguono i miei suggerimenti cinematografici. Sicuramente possono vederlo Antonella, Alessandro, Andrea, Dompa…astenersi non cinefili!).  Un film sulla natura, ma soprattutto sul legame tra l’uomo e la natura, in un rapporto proporzionale di distruzione, di regresso. Accade dunque che la natura si ribelli, nel film, non attraverso le catastrofi che possiamo immaginare, ma in un percorso di sottrazione, in cui le stagioni non esistono più, la legna non brucia, il seme nella terra non germoglia e tutto torna indietro, specialmente l’uomo, ad una primitività mostruosa. E la felice collettività che ballava compatta sulla collina per salutare il generale inverno (con delle immagini straordinarie, che sembrano uscire dal pennello di un pittore), regredisce compatta fino a perdere le individualità nascoste dietro una maschera bianca che non perdona coloro che, pur nella tragedia, un volto, una responsabilità, una coscienza, un pensiero critico lo hanno ancorae che preferiscono essere "l'uomo del paradosso che del pregiudizio." Il tutto intervallato dal racconto del rapporto tra il suo padrone e il gallo Fred, in una sorta di sintesi e profezia della parabola tragica di un mondo che, come il gallo Fred, non canta più, a causa di un branco di struzzi…meditate gente!

Dopo aver trangugiato un Veggy Smith sandwich, insieme a Donatella ho visto Bellas Mariposas di Salvatore Mereu.  Film che mi ha strappato qualche risata, con lo strampalato racconto di una ragazzina che dialoga con la macchina da presa che la sta riprendendo, nel raccontare la sua sconclusionata famiglia che vive nella periferia di Cagliari. Ma, devo essere onesta, non mi sento di dare un giudizio sul film, perché molto spesso, durante la proiezione, la palpebra andava giù. Mi è sembrato ci fossero buone  idee, forse tutte non pienamente riuscite nella realizzazione, ma non sono uscita inorridita…giudizio sospeso.

giovedì 6 settembre 2012

Metti un James Franco in scena!

La giornata di martedì si è aperta sotto i migliori auspici, con il primo lungometraggio di Leonardo Di Costanzo, L'intervallo, un film italiano, dunque, che arriva da Napoli. E che racconta semplicemente la giornata trascorsa insieme da due ragazzi, 15 e 17 anni, prigioniera l’una, carceriere per un giorno l’altra. I motivi, il perché di tale reclusione in una villa abbandonata, saranno il punto di arrivo, a fine giornata, lungo la strada tracciata dalla  stessa narrazione che i due ragazzi fanno di sé stessi attraverso i dialoghi, i giochi, le favole,  in una caccia al tesoro della conoscenza, della fiducia, di un rapporto interpersonale che percorre i luoghi, nascosti, misteriosi, evocativi come l’acqua che i due solcano sulle ali della fantasia, dell’incontro, del dialogo. Ed è bello seguirli con la camera in questo viaggio al centro di sé stessi,  illuminato da una fotografia che non ha paura della nitidezza dei colori (il solito, grande, Luca Bigazzi), di lasciar parlare quella rappresentanza di natura dentro e fuori la villa abbandonata, gli uccelli, i cardellini, “che sono meglio del meteo, perché hanno un olio sotto le piume , e quando deve piovere, se lo passano sulle piume, come un impermeabile”, il ristagno dell’acqua, che “se non fosse così sporco sembrerebbe la Grotta azzurra”, il tuono, che “dicono sia il rumore della carrozza quando il diavolo porta a spasso la moglie. Un film che ci lascia con una domanda: “Hai visto, non sono scappata. E tu, l’hai trovata la strada?”.

Dopo questo gioiellino, stessa sala, la Perla, stesso posto, per assistere a Linhas de Wellington, un film in costume, durata 2 ore e 30 minuti, frutto del lavoro del regista Ruiz, scomparso prima della realizzazione, e portato sullo schermo dalla sua compagna, Valeria Sarmiento.  Lungo, ma alla fine si vede, più televisivo che cinematografico, può servire per un ripasso di storia, e per conoscere la ricetta del filetto alla Wellington, che lo stesso generale, con il volto inconfondibile di John Malcovich, spiega al pittore con cui interloquisce. Piccolo cameo per Mathieu Amalric nei panni di Napoleone (dire piccolo cameo è troppo, visto che lo vediamo sullo schermo per 2 secondi e mezzo!), e bel siparietto della cena che vede come commensali Isabelle Huppert, Michel Piccoli e Catherine Denevue. Si può perdere.
Primo pomeriggio in compagnia di MenatekHa-Main (The Cutoff Man) di Idan Hubel. Un mestiere scomodo, quello di staccare l’acqua ai debitori insolventi con il comune, un mestiere che ovviamente si sceglie non per vocazione, e che si cerca di svolgere di nascosto. La camera, spesso fissa, ad indicare una realtà statica, dove sembra impossibile il cambiamento, ci mostra i personaggi venire incontro allo spettatore, o ci lascia guardare con gli occhi del protagonista, in una soggettiva ripetuta, la sua piccola realtà com’è contenuta dal contorno del parabrezza della macchina. Uno steccato, limite invalicabile che non lascia scorgere prospettive di futuro, di infinito, ma il luogo di cene silenziose, di menu invariati, di una sconsolata rassegnazione.  Un buon film.

Pomeriggio con l’appuntamento, ormai fisso, della proiezione delle 17 in Sala Darsena, giornate degli autori. Il gemello, un altro film italiano, di Vincenzo Marra. Girato nel carcere di Secondigliano, protagonista un ispettore di polizia penitenziaria ed un detenuto, tra gli altri, che dichiara la sua storia dicendo : “Ho 29 anni, ne ho fatti 12 di carcere, per me mamma e papà sono i muri. (del carcere, ndr)”. La vita quotidiana, le pulizie in cella, i delicati rapporti con gli altri detenuti, il compagno di cella da cambiare, gli sfottò – alla fine divento come lui, una porchetta con il limone in bocca o un panettone con i piedi- in un film che si segue davvero volentieri, e che ti fa sbirciare in una realtà come quella carceraria che negli ultimi anni è stata spesso rappresentata, in modi diversissimi (anche qui alla Mostra, con Tango Libre nella sezione Orrizonti), sullo schermo, ma che questa volta ha il sapore e il pregio della realtà, un sapore di verità. O di una sua faccia. Rispondendo all’interrogativo del regista, cioè se fare un film cambi la vita di qualcuno. Dalla lettera letta in sala, inviata al regista dallo stesso detenuto, pare proprio di sì. Un cambiamento almeno nel mondo interiore, nel cuore. 

La saggezza dell’età mi ha fatto uscire dalla proiezione delle 1930 per concedermi un po’ di riposo, un pasto che non fosse il solito panino, e la compagnia di Angela, per poi affrontare  l’ultima e dirompente (ma questo l’ho scoperto solo dopo) proiezione della serata: Spring Breakers.  
Il film che ha dato una scossa a questa Mostra.  Un lido, una spiaggia della California, ben diversa da quella veneziana, dove l’età media non supera i 25 anni mentre abbondantemente sopra la media sono il tasso alcoolico e lo stato di eccitazione, una smania febbrile di portare all’estremo più alto, all’eccesso, qualsiasi esperienza, un cocktail di sesso,  droga e rock&roll, come si diceva un tempo, shakerati con alcool e violenza.  Ma ciò che il film ha di strepitoso è proprio il modo in cui tutto è raccontato, con quella stessa frenesia ed eccesso che da contenuto si fa anche forma del racconto, mettendo a proprio servizio tutto il dizionario del linguaggio cinematografico. Ed ecco il magnifico piano sequenza della rapina, il James Franco diversamente dentato che si produce in una performance canora sulle note di Everytime di Britney Spears, i passamontagna abbinati ai bikini (non vi fate domande fino a che non avrete visto il film!), ritmo, violenza, grande montaggio e fotografia, bellissime trovate narrative. Il film scandalo? E così sia, se proprio bisogna etichettare, incasellare.  Pensa che sia l’estetica di Mtv ad aver condizionato la strada o è la strada che ha dato vita all’estetica di MTV? A tale domanda, in conferenza stampa, il regista, Harmony Korine, si è prima guardati intorno, e poi ha risposto un definitivo ed incisivo: “ I DO NOT KNOW!”.
Domani ultimo vero giorno di Mostra...sigh!

mercoledì 5 settembre 2012

I film di lunedì ovvero come fuggire da Malick

La giornata di lunedì è stata altrettanto prolifica, ma con una sbavatura iniziale. Mi sono concessa un po’ di riposo mattutino, nel senso che la sveglia è suonata alle 0830 ( e chi mi conosce sa quanto dormirei volentieri di più la mattina, essendo andata a dormire non prima delle due e mezzo!), e poi via al Pala-biennale per recuperare il film di Malick, To the Wonder. Vi dico solo questo: ho lasciato la sala dopo soli 45 minuti, per evitare di alzarmi in piedi  nella sala e urlare, con l’obiettivo di fermare l’incessante ed estenuante (per lo spettatore) svolazzare della protagonista sullo schermo. Una gatta morta di quelle che ti strappano le botte dalle mani, e per ovviare a questo accesso di violenza che prendeva corpo nella mia mente, ho abbandonato il campo, correndo a vedere un film che invece mi è piaciuto molto. Sto parlando di Apres Mai, di Assayas.  Ho sentito in televisione, in uno dei servizi sulla Mostra, che veniva definito un film su degli studenti. Ma, quello che veniva omesso, colpevolmente, è che questi studenti, fotografati  nell’estate del passaggio dalla scuola all’università, sono gli studenti del 1972, in Francia,  e quello che viene raccontato,  in maniera mirabile, sono le  loro storie d’amore, di impegno politico, di lotta, di militanza, di sogni,  di viaggio, ma soprattutto, un’epoca. Con il  pregio di essere riuscito, il regista, a restituire in maniera precisa e puntuale quel momento storico, in un lavoro di ricostruzione, ma senza alcuna operazione nostalgia, facendo vibrare sullo schermo la vivacità , la nitidezza, l’esuberanza , le passioni, la ricerca, le derive, di questi  giovani uomini e donne alle prese con un momento fondamentale non solo della loro vicenda personale ma di quella, più generale, della società di quel tempo. Con alcune battute meravigliose, che rappresentano già una sintesi del momento storico: “Vogliamo un’informazione libera al servizio della rivoluzione interna” (ma non era libera?? ndr), “Ma il cinema rivoluzionario non dovrebbe adottare una sintassi rivoluzionaria? – No, perché sarebbe uno shock per il proletariato”. E la bellissima immagine conclusiva di uno dei protagonisti, sul set del film di fantascienza cui sta lavorando a Londra, è quella del la sua ombra proiettata sullo schermo della sua rinuncia, in senso neutro: la rinuncia ad un’età, con tutto il relativo bagaglio, per passare, nel bene e nel male, al mondo della vita adulta, ad un’altra, è proprio il caso di dirlo, epoca.
A seguire, sempre nella mitica Sala Perla, il documentario di Daniele Vicari La nave dolce. Una storia, quella della nave Vlora, che ricordo benissimo, perché era l’estate della mia maturità classica, ma soprattutto , con tutta la classe, avevamo vissuto i 100 giorni con una gita a Roma che si era conclusa con la partecipazione, tra il pubblico, al Maurizio Costanzo Show. E quella sera (era dunque il periodo febbraio-marzo), la puntata era stata dedicata in maniera monografica, all’arrivo di immigrati albanesi, che infatti, in numero di circa 200, riempivano i posti della platea. Dunque un anno, il 1991, segnato dall’arrivo di questa massa di persone, attirate da un’immagine dell’Italia  creata ed edulcorata dalla televisione. Interessante ascoltare le parole odierne dei testimoni, la loro sincera commozione in sala, a 20 anni dal fatto, e vedere le immagini di repertorio, in cui, purtroppo, la politica non fa una gran bella figura. Ieri come ora. 
Il successivo film è stato sempre un italiano,  Acciaio, di Stefano Mordini. Tratto dall’omonimo romanzo della Avallone, che non ho letto, il film sconta forse il fatto di non essere riuscito ad affrancarsi dal racconto letterario. Il racconto risulta un po’ frammentato, con delle prevedibilità annunciate in corso d’opera, e una recitazione che non mi ha convinto, nonostante ritenga Michele Riondino un bravissimo attore. Ma l’accento toscano era altalenante con qualche romanità e altre interferenze. Sicuramente rilevante, invece, e attualissimo, il tema di una provincia in cui le prospettive di lavoro sono legate ad un’unica realtà di fabbrica, che domina e caratterizza la zona con la sua presenza. Qui sono le acciaierie a Piombino, ma viene sicuramente in mente l’Ilva di Taranto e la sua situazione attuale e tante altre declinazioni dello stesso fenomeno.
Ma il bello è arrivato subito dopo, con il film Pietà di Kim ki-duk.  Forse sono in una fase sadica della vita, non so, ma le crudeltà rappresentante nel film e la crudezza con cui vengono rappresentate, questa volta, rispetto a tanti altri film visti negli anni passati ai festival, non hanno scalfito il piacere della visione del film.  Forse perché non mi è sembrata una crudeltà pretestuosa, forse perché il film è girato in maniera magistrale, ogni dettaglio curato fino all’inverosimile (ci sono scorci di immondizia che potrebbero essere stati dipinti da un Caravaggio, tanto  sono pregnanti e vivi, come la sua pittura! Ndr), l’immagine che sobbalza perché sentiamo il sonoro di uno schiaffo che viene dato fuori campo, e poi il tema del denaro quale motore  e caposaldo di ogni criterio di giustizia, della crudeltà. “Il denaro è l’inizio e la fine di tutte le cose. Amore, rabbia, vendetta…” viene detto nel film. E muove anche la vicenda che si snoda lungo i percorsi delle sofferenze atroci delle vittime e dei familiari, e la solitudine e la crudeltà del carnefice, che cade, ingenuamente nella rete dell’amore materno. Di un amore che viene abusato, che diventa ossessione, e che sembra sporgersi, come da un balcone, sul precipizio di una pietà che nasce dalla vendetta, e che si  getta nel vuoto delle note di un Agnus Dei. Da vedere. Astenersi deboli di visione!
Dopo la leggera passeggiata che è stato il film coreano, la serata si è conclusa con un film che mi ha letteralmente inchiodato alla poltrona, coinvolgendomi in maniera inaspettata. Sto parlando di Disconnect, un film fuori concorso, che racconta storie  di ordinaria deriva di sentimenti, di solitudini, incomprensioni, incomunicabilità, che sfociano in episodi più o meni tragici, passando attraverso la vita virtuale che tutti ci siamo più o meno costruiti sul web. Ed ecco dunque i rimpianti, i silenzi, i rimorsi, le lacrime. Un film che non ha particolarità da rilevare, se non l’intreccio delle storie, ma che ha la capacità di catturare l’attenzione, fino alla fine, regalando anche un finale che fortunatamente non sfocia nella prevedibilità dell’happy end, ma lascia aperte le varie possibilità.
E ora, che dite, non è il caso che vada a dormire, visto che domani mi aspettando altri cinque film e la scrittura del resoconto dei 10 film visti tra martedì e mercoledì? Sempre indietro di due giorni di fuso orario, la vostra inviata al Lido di Farnese cinemaLab vi saluta!

martedì 4 settembre 2012

Una domenica in Mostra

Domenica, quarta giornata dalla Mostra. Il film di apertura è stato uno dei più attesi, cioè The Master, di Paul Thomas Anderson.   Un film lungo, a cui come al solito avrebbe giovato una piccola sforbiciata (sono per le durate più contenute...tranne per alcuni intoccabili registi che possono permettersi qualsiasi cosa!), ma comunque un film di quelli che si tende a definire “un filmone”, con tutto il buono e il cattivo che tale connotazione porta con sé.  Un film girato benissimo, manco a dirlo, che magari, proprio per la lunghezza e il reiterarsi dei temi e delle situazioni, si vede con un po’ di fatica, ma che comunque dovrebbe essere visto, e rigorosamente in originale, per la maestosità, incredibile e superiore qualità, l’eccellenza, e tutti i sinonimi che riuscite a trovare, di Philip Seymour Hoffman, che giganteggia con il suo volto, le sue espressione e, soprattutto con la sua voce. Voce con cui il suo personaggio predica, pontifica, urla, canta. Coppa Volpi, almeno per me. Scandaloso se così non fosse.  A fare da contraltare  a questo “sacerdote” della nostra moderna ricerca di senso, quale che sia la strada per raggiungerlo, il suo doppio, il suo negativo, biondo e tronfio il primo, tanto scuro e cupo, e fragile il secondo. In un confronto serratissimo in cui tutto il resto non è che un grande “affresco” di contorno, per usare un’espressione abusata nelle descrizioni di film. E lo scuro, cupo, rabbioso personaggio è interpretato da un altrettanto bravo Joaquin Phoenix, che forse a volte calca un po’ la mano nell’interpretazione. Ma che ha suscitato in me delle emozioni estranee al film, ricordandomi tanto, in alcune espressioni, con l’onda nei capelli, in diversi primi piani, e uno sguardo verde ed intenso, il volto di mio padre.
Dopo un lauto pranzo domenicale da Scarso, con la bella e ridanciana compagnia di Surinder, Morris, Donatella e Loredana, è stata la volta di Clarisse, un documentario della Cavani girato nel convento delle clarisse di Urbino, con cui discute della loro vita, ma, anche e soprattutto, con esiti sorprendenti, della condizione della donna e del suo ruolo nella Chiesa. Sorprendenti, comunque, fino ad un certo punto, perché non ci si deve mai lasciar guidare dagli stereotipi, e quindi pensare alle suore come donne con una mentalità arretrata o censurata dal loro essere consacrate. Una testimonianza viva, bella, sincera, che fa davvero piacere ascoltare. "Siamo considerate inutili, perchè la preghiera è ritenuta inutile; è un'azione potente ma apparentemente senza potenza."
Fuggita dal film di Gitai, ma perché tutto parlato, essendo una testimonianza, che non potevo reggere dopo il pranzo da Scarso, mi sono poi concessa una pausa, per proseguire con il francese Cherchez Hortense, di Pascal Bonitzer, consigliato da molti. Una commedia con tante sfaccettature, molto ben scritta, ben recitata e ben diretta, che è stato davvero piacevole guardare nel pomeriggio in cui sono arrivati i primi cedimenti di stanchezza. Ve ne lascio una battuta. Durante un pranzo in cui, attraverso gli atteggiamenti che il padre ha nei confronti del cameriere, il figlio scopre, lui cinquantenne, che il padre ottantenne è gay, alla domanda diretta il padre risponde: "Non mi piacciono i ghetti identitatri ridicoli!".
Purtroppo non così è stato per il film successivo, Outrage Beyond di Kitano. Lo so, sento già i miei colleghi che mi dicono “ te lo dovevi aspettare, è un film giapponese”, ma questa è una lunga storia che nasce dalle nostre esperienze quotidiane, e che niente dovrebbe avere a che fare con il cinema! E invece! Ammetto il mio limite, ma sebbene riesca ad apprezzare la bravura della messinscena, della direzione, non così accade per il film nel complesso, e non riesco mai a capire se si tratta di me, o del valore del film. Poi sentire tutto il tempo l’eco delle voci di Tokito  (per dirne uno, per chi lo conosce!) aveva un suo macabro aspetto di ricordarmi che la prossima settimana devono tornare  in ufficio, ferie finite! Quindi, mi astengo dal giudizio, dichiarando la mia insofferenza per le due ore che ho vissuto in compagnia di questo film.
Per fortuna, e avevo già avuto rassicurazioni in merito da chi lo aveva visto, la serata si è conclusa con il film della Bier, All you need is love. Bier, devo dire, che avevo trovato sopravvalutata nel suo film precedente, e quindi temevo il peggio. Invece si tratta di un film che si lascia guardare piacevolmente, senza infamia e senza lode, con contorno di limoni, sole, mare, amore, Sorrento, e ovviamente mandolini, colpi di scena (se vogliamo così chiamarli), happy end e un Pierce Brosnan che mette in mostra sia la sua beltà che la sua pancia, ma credo, mostrata senza infingimenti perché prevista da copione! Come a me ha mostrato la sua stempiatura! Ma anche il suo bel sorriso!