martedì 22 maggio 2012

Sesto giorno da Cannes: è tornato il sole!


Niente sole, almeno in mattinata,  ma ancora tanto cinema! Il primo film della giornata è stato Operation Libertad, alla Quinzaine, un film che tocca un altro tema che ho trovato trasversalmente trattato in diversi film. Quello della rivoluzione, dell’attivismo politico, della lotta armata. Solo che in questo caso non parliamo dei caldi paesi del Sud America, ma della vicina Svizzera. 1978, un gruppo armato rivoluzionario decide di compiere un’azione per interrompere i depositi di denaro in banche svizzere  di un presunto collaboratore di Pinochet. E soprattutto di far riprendere tutto il loro operato da un collaboratore, che è poi la voce narrante del film. Ma il problema è che questo gruppo ha poche idee ma confuse, e soprattutto una goffaggine degna delle comiche, e quindi anche i momenti più drammatici si trasformano in farsa. Carino, godibile, ma un tantino forzato, soprattutto nel prologo e nell’epilogo. Dopo un rapido spostamento lungo la Croisette, giungo alla Sala Lumiere dove mi attende il film di Ken Loach. Che dire? Una boccata d’aria fresca, un po’ di risate non guastano, dopo tanto piangere. Una favola, perché tale si può definire la storia di Robert e dei suoi compagni di  lavori socialmente utili ,da effettuarsi a mo’ di pena da scontare per reati minori.  Alla ricerca della felicità, del riscatto, di una possibilità, che viene loro offerta dal whisky prodotto nella zona. Non c’è bisogno di sapere di più, per godere di questa storia a lieto fine, farcita di slang, gag, battute. E sono certa che si scatenerà la solita diatriba sul Ken Loach dell’impegno, dei tempi antichi,  che non c’è più.  Ma, se The Angel’s share si allinea, nei modi e nei toni, a Looking for Eric, meglio questo che l’ultimo esito di un tema un po’ più impegnativo quale voleva essere L’altra verità   (inguardabile). Seguiamo volentieri Ken Loach sulla strada più leggera di questo tipo di racconto. La sala Lumiere rimbombava del fragoroso applauso finale, quasi liberatorio e del successivo battito di mani a tempo di musica, della canzone sui titoli di coda, quasi come al concerto di Capodanno! Forse avevamo tutti bisogno di una risata, dopo giorni di film che hanno colpito duramente  allo stomaco. Ma, per  non far durare troppo questo effetto benefico, alle 14 ero già in fila per vedere White Elephant (dove tra l’altro ho incotrato Mary Nazary, di Mosca, giurata insieme a me lo scorso anno...una bella chiacchierata per ingannare l’attesa!)…. Beh, avete letto i miei resoconti in questi giorni, non è che ci sia andata leggera, ma vi posso assicurare che questo film mi ha scosso in maniera particolare.  Mi ha fatto sentire in colpa, per essere qui, contenta, a godermi una settimana di ferie, di festival, di glamour, grazie anche alla possibilità di farlo. Lo so, può sembrare una riflessione qualunquista, ma davanti al racconto di questo slum argentino, alla vita di questa gente con nessuna prospettiva, alla quale i preti della parrocchia locale cercano di dare un senso e un aiuto concreto nella costruzione di una casa, beh…mi sono sentita in colpa perché ho avuto la fortuna di nascere qui e non lì, qui,  nella mia famiglia e non lì, in questo elefante bianco di mattoni, mai finito, che sembra un girone dell’inferno in terra. Ben raccontato, con una macchina da presa mobilissima, dei piani sequenza (io amo i piani sequenza!) lunghissimi, e i fantastici occhi blu di Riccardo Darin, che da soli potrebbero sostenere un intero film senza aggiunta di parole.    Poi ho fatto l’ennesimo tentativo con un film iraniano (Kissing the moon-like face, ma anche questa volta sono corsa via dopo 10 minuti. Nei tre film iraniani che ho provato a vedere tra ieri ed oggi ho notato una cosa: gli iraniani di questi film parlano tanto, e a voce alta, e infatti dopo cinque minuti di proiezione avevo un cerchio alla testa!! Comunque ho lasciato l’Iran per volare in Colombia, con La Sirga, film colombiano della Quinzaine des realisateurs. Un film nel quale si entra con un po’ di fatica iniziale, ma che poi ti assorbe, ti immerge in questo mondo pieno d’acqua, di vento, di temporali, di carbone, dove la giovane Alicia tenta di ricostruire un’esistenza. Gesti semplici, la raccolta degli ortaggi, il taglio di un cavolo, due statuine scolpite nel legno quale pegno d’amore. Riprese quasi pittoriche, nella cornice di una finestra appena riparata, per rendere la casa, La sirga, accogliente per dei turisti eventuali che tali resteranno.  Un amore che chiede di andare. “Where?”, chiede Alicia. “Anywhere” è la risposta.                                    Domani mattina gli ultimi due film in concorso, e poi…si parte.
Ma questa sera, per festeggiare il festival, mi sono concessa il primo vero pasto di tutta una settimana.
Le foto parlano da sole…una porzione di cous cous au poisson e un tortino al cioccolato fondente con cuore di pistacchio, arancia candita e mandorle tostate da premio!

Ma soprattutto, dopo cinque giorni di pioggia, finalmente è tornato il sereno, regalandomi la luce che vedete nelle foto, scattate  a Juan Les Pins verso le 2030….che meraviglia questi luoghi! Il resoconto finale, con tanto di considerazioni e mia personale assegnazione di palme è rimandato a domani...

    










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